Le tasse non solo vanno pagate, ma è anche difficile farlo
il blog di un dentista
E' giunto quel periodo dell'anno.
Per carità, si tratta di dovere civico, ed anzi dopo aver provveduto, ti senti anche più leggero (e non voglio fare del facile umorismo!), comunque ogni anno mi viene in mente lo stesso pensiero: "ma è mai possibile che non solo devo pagare, ma mi viene reso anche difficile farlo?".
Pagare di per sé è molto facile, aldilà del superare la naturale ritrosia a separarsi dal frutto del proprio lavoro e della propria responsabilità, materializzatosi nel frattempo sotto forma di biglietti cartacei dall'immarcescibile valore. Però, come dicevo, in sé e per sé è facile, basta tirar fuori i soldi.
Ed allora perché mettere la cassa dell'obolo alla fine di una lunga corsa ad ostacoli? I soldi te li do volentieri, ecco, tieni, ma almeno non mi far penare anche per arrivare in tasca con la mano.
Per chi, non essendo libero professionista, non ha idea di quello di cui sto parlando, provvedo a stilare un sunto di ciò che normalmente deve fare un libero professionista per calcolare i soldi da tirar fuori:
Da quando è stato varato il regime dei minimi, ho potuto schermarmi sotto la semplificazione di questo nuovo sistema, e sono venute meno le peggiori di queste incombenze, anche se conto vivamente di tornare quanto prima nel regime normale (ovvero superare il tetto massimo di ricavi annui), ma in quel caso il problema tornerà a presentarmisi in tutta la sua gloria. Non si farebbe prima a far diventare tutti "contribuenti minimi", con vari scaglioni di aliquota, ma con una dichiarazione semplice semplice per chiunque?
Come ogni anno, dopo essermi posto la domanda di cui alle prime righe, l'unica risposta che riesco a darmi, come in quella famosa barzelletta ("[...]qual è la targa di Bologna?"), è "mah!".
Per carità, si tratta di dovere civico, ed anzi dopo aver provveduto, ti senti anche più leggero (e non voglio fare del facile umorismo!), comunque ogni anno mi viene in mente lo stesso pensiero: "ma è mai possibile che non solo devo pagare, ma mi viene reso anche difficile farlo?".
Pagare di per sé è molto facile, aldilà del superare la naturale ritrosia a separarsi dal frutto del proprio lavoro e della propria responsabilità, materializzatosi nel frattempo sotto forma di biglietti cartacei dall'immarcescibile valore. Però, come dicevo, in sé e per sé è facile, basta tirar fuori i soldi.
Ed allora perché mettere la cassa dell'obolo alla fine di una lunga corsa ad ostacoli? I soldi te li do volentieri, ecco, tieni, ma almeno non mi far penare anche per arrivare in tasca con la mano.
Per chi, non essendo libero professionista, non ha idea di quello di cui sto parlando, provvedo a stilare un sunto di ciò che normalmente deve fare un libero professionista per calcolare i soldi da tirar fuori:
- conservare tutti i pezzi di carta attinenti, ma quello è il minimo, è sufficiente una cartellina, che lievita di spessore col tempo, e nella quale a fine anno bisogna scavare almeno mezz'ora per fare ordine;
- riportare i dettagli estratti da questi pezzi di carta in un registro cartaceo, in cui vanno scritti in ogni riga: numero progressivo della riga, data di inserzione, data del foglio, numero assegnato al foglio, provenienza del foglio, dettaglio del foglio, valore riferito dal foglio, iva applicata e secondo quale legge, o se non applicata riportare l'articolo di esenzione, e questo per ogni tipo di dettagli eventualmente riportati con valori di iva diversi all'interno dello stesso foglio;
- scorporare tutte le proprie spese in modo da poterle organizzare nei vari campi presenti nel modello Unico;
- spendere ore di interminabile divertimento e entusiasmante esercizio mentale nel compilare gli studi di settore; gli studi di settore sono una invenzione straordinaria con cui il fisco decide al posto tuo, ed al posto del mercato, quanto tu "devi" guadagnare, basandosi su un numero stratosferico di parametri riguardanti il tuo lavoro, che probabilmente neppure tu conosci, alcuni esempi: percentuale dei ricavi provenienti dallo svolgimento di ognuna delle possibili branche dell'odontoiatria (ortodonzia, protesi, conservativa ed endodonzia, parodontologia, chirurgia orale, chirurgia maxillo-facciale, implantologia, igiene e prevenzione, attività di consulenza e/o perizia, altre attività odontoiatriche; ogni dentista sufficientemente "generico", di tutte queste branche, esclusa la chirurgia maxillo-facciale, fa di solito di tutto un po'), scorporazione esatta delle spese, distinte per materiali dentali, materiali di disinfezione (questi ultimi due tipi di materiali sono normalmente mischiati assieme nelle fatture dei fornitori, che vanno spulciate singolarmente per tirare fuori le somme totali...), protesi fatte da terzi, protesi fatte in proprio, apparecchi ortodontici fabbricati da terzi, e fabbricati in proprio (un apparecchio che monto nel mio studio dopo averne acquistato i componenti, va considerato come spesa per materiali dentali, o come spesa per apparecchi fabbricati in proprio, o entrambe?), spese per formazione professionale, delle quali quante per formazione obbligatoria, quante ore di lavoro hai svolto a settimana, e quante settimane di lavoro hai svolto in un anno (dovrei organizzarmi per timbrare un cartellino ogni volta che entro nel mio studio, e collegare il tutto ad un sistema informatico per il conteggio delle ore settimanali e delle settimane annuali); alla fine di questo procedimento, indipendentemente da tutte le caselle numeriche che hai dovuto compilare sul tuo modello di Unico, il valore che esce fuori dagli studi di settore è il freddo verdetto di un complicato algoritmo di calcolo che nel giro del mezzo secondo necessario a risolverlo su un moderno computer, è in grado di far crollare nel fallimento più sbaragliante le ore di tempo che hai già speso nel fare i calcoli a mano per compilare Unico, qualora tu dovessi disgraziatamente risultare "non congruo"; però alcune cose negli SS (la sigla significa Studi di Settore, non confondiamoci) sono "semplici", ad esempio se sei un dentista, indipendentemente da tutti gli altri parametri riguardanti il tuo lavoro, se per caso possiedi una tua poltrona (e non la stai ad esempio usando in prestito nello studio di un collega), solo per questo dovresti "di logica" fatturare almeno 25mila euro annui (se ricordo bene, questo valore comunque tiene già conto della "crisi"), e questo numero si moltiplica quasi aritmeticamente per il numero di poltrone possedute; insomma, secondo chi ha stabilito i parametri, se un dentista ha una poltrona e fattura meno di 25000 euro in un anno (in periodo di crisi, di più quindi quando ne saremo usciti), allora dichiara il falso. Incoraggiante, e magari fosse così davvero, ci metterei la firma. Sono tentato di investire in una decina di riuniti usati, se chi ha imposto i parametri degli studi di settore ha visto giusto, alla fine dell'anno prossimo per il solo fatto di possederli avrò fatturato almeno 250mila euro, non male (inserire in questo spazio l'immagine mentale di eserciti di pazienti benestanti attratti magneticamente nel mio studio dal grande numero di poltrone presenti).
- non da ultimo, cercare di capire quali spese sono deducibili, e in quale parte, siccome studiare lunghissimi articoli di legge per tradurli dal legalese alla lingua italiana non è compito accessibile a chiunque, e non sempre i motori di ricerca riescono ad essere risolutivi (né i commercialisti posso essere dei database umani di dati assolutamente esatti);
- "i commercialisti esistono per questo" mi si dirà, e se avessi un fatturato invidiabile come molti dei colleghi che iniziarono a lavorare almeno 20 anni fa, o quasi (e che in parte adesso si riciclano tenendo corsi di aggiornamento), forse cederei alla tentazione di delegare ad altri tutto questo ingrato compito (e così facendo finirei comunque per dover pagare qualcuno in modo tale da poter esser messo in condizione di pagare le tasse); ma anche in quel caso non mi troverei in una botte di ferro, siccome anche i commercialisti sono esseri umani proni all'errore, errore della cui presenza risulta responsabile comunque il contribuente. Alcuni miei pazienti infatti mi raccontano che il loro commercialista li ha sconsigliati di applicare (come da me espressamente richiesto) le marche da bollo sulle fatture da me rilasciate, e superiori ad un ammontare di 77,47euro (le vecchie 150mila lire), in quanto a lor dire non servirebbero; è vero invece il contrario, e la mancanza del bollo potrebbe (anche se solo in linea teorica) portare ad una sanzione amministrativa; quindi forse delegando ad un commercialista risolverei la fatica di dover compilare autonomamente il famoso registro e far quadrare il cerchio con gli studi di settore, anche se non potrei esimermi dal supervisionare il risultato finale del suo lavoro;
- le marche da bollo meritano un discorso a parte; il regime fiscale italiano prevede che le ricevute su prestazioni mediche siano esenti IVA (e grazie al cielo, non esistendo per i medici la necessità del versamento periodico dell'IVA, esiste almeno una magra consolazione per me ed i miei colleghi), tuttavia, se la ricevuta è riferita ad una spesa di almeno 150mila lire (77.47euro) allora va applicata una marca da bollo, una volta da 1.29 euro (2500 lire), ed ora da 1.81 euro (una delle tante contraddizioni del fisco italiano: se la prestazione è esente, perché bisogna pagare il bollo? e poi, in piena epoca euro, perché calcolare ancora il valore a 1.81euro su 3500lire ipotetiche, invece di facilitare la vita alle persone normali ed arrotondare "scontandolo" di un centesimo?). La teoria vuole che così come è il professionista a dover incassare l'iva per conto del cliente, e quindi versarla allo stato, allo stesso modo dovrebbe essere il medico ad applicare la marca da bollo facendosela rimborsare dal paziente... "sono 101 euro e 81 centesimi, grazie! (...)". Molto più semplice sarebbe per chi raccoglie le suddette fatture, recarsi alla fine dell'anno fiscale in tabaccheria, ed acquistare tante marche quante sono le fatture che ne vanno dotate, ma questo non è possibile perché esiste una legge che stabilisce in 15gg il termine ultimo dalla data di emissione della fattura perché vi venga applicata la marca da bollo. Cui prodest? Forse gli interessi che maturerebbe nel frattempo quell'euro e 81, se acquistato subito, fanno troppo gola al fisco.
- "già, ma tanto voi dentisti non fate mai la fattura!"; forse gli utenti la percepiscono essere un'abitudine diffusa tra quasi tutte le categorie professionali e commerciali, che si tratti di fattura o scontrino; tuttavia, per partito preso, io fatturo sempre e comunque, ed anzi non è infrequente che sia il paziente a dirmi "ma dottore che me la fa a fare la ricevuta, lasci stare non c'è bisogno!", al che sorrido e rispondo "che ci posso fare, sarò fesso, comunque ecco la sua fattura, se la tenga siccome è deducibile dalla dichiarazione dei redditi".
Da quando è stato varato il regime dei minimi, ho potuto schermarmi sotto la semplificazione di questo nuovo sistema, e sono venute meno le peggiori di queste incombenze, anche se conto vivamente di tornare quanto prima nel regime normale (ovvero superare il tetto massimo di ricavi annui), ma in quel caso il problema tornerà a presentarmisi in tutta la sua gloria. Non si farebbe prima a far diventare tutti "contribuenti minimi", con vari scaglioni di aliquota, ma con una dichiarazione semplice semplice per chiunque?
Come ogni anno, dopo essermi posto la domanda di cui alle prime righe, l'unica risposta che riesco a darmi, come in quella famosa barzelletta ("[...]qual è la targa di Bologna?"), è "mah!".
27 mag 2010, 13:27
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