C'è una prima volta anche per dire no
il blog di un dentista
Stasera, per la prima volta nella mia giovane carriera, ho rimandato un paziente a casa, dicendogli chiaramente "non ti voglio curare". E non c'è nemmeno una piccola parte di me che se ne è pentita.
Una mente lungimirante e pragmatica mi accuserebbe di aver agito con leggerezza, soprattutto in tempi di crisi, quando è meglio non rifiutare alcun lavoro che la provvidenza ti pone davanti; ma qual è il bene più caro che abbiamo? Non il denaro ovviamente, bensì la salute.
E se per migliorare la salute di un paziente devo rovinare la mia, allora il mio lavoro diventa pericolosamente improduttivo.
Visitavo qualche tempo fa una giovane ragazza i cui genitori mi erano stati indirizzati da persona di vecchia conoscenza; qualche dente storto, nulla di complicato, ma indipendentemente da come ci si muove, l'ortodonzia richiede sempre del tempo per essere portata a termine, e soprattutto un investimento economico che a volte una famiglia deve pianificare attentamente prima di intraprendere.
Acceso tema della discussione in prima visita fu proprio questo: "voi dentisti costate troppo, io lavoro duramente da mattina a sera ma ho uno stipendio molto più basso... perché succede questo?". La mia risposta precisa, puntuale e inconfutabile, se siete conoscitori di questo sito, sapete già di trovarla nel menù alla vostra sinistra, sotto la voce "costi", ed è stata esattamente la stessa cosa che in modo ovviamente più conciso, ma non meno convinto, ho esposto al genitore dagli intenti palesemente contestatori.
Il tutto finisce col classico "dobbiamo pensarci, la ricontatteremo".
Poco tempo fa, senza aspettarmela, ricevo una telefonata dall'altro genitore della ragazza, che mi comunica la decisione di avviare la terapia e prenota un appuntamento.
Solo per rinfrescarmi la memoria, siccome la situazione dentale era già stata approfondita alla visita precedente, ma volevo "ripassarla", mi lavo accuratamente le mani con acqua e sapone (la mia, come quella di qualunque medico, è una autodetersione chirurgica) e mi limito a "pinzare" le guance della ragazza per riesaminare l'occlusione.
Una domanda del genitore contestatore a questo punto mi interrompe:
- Scusa, una curiosità... ma perché non ti sei messo il guanto? (proprio al singolare, "il guanto")
Una domanda di per sé lecita, ci mancherebbe (e trascuriamo il fatto che mi stesse dando del tu, quando io continuavo a dare del lei).
In passato mi fu persino chiesto se pulivo gli strumenti tra un paziente e l'altro, o se erano sempre gli stessi: risposi in tutta calma spiegando nel dettaglio il procedimento di detersione/sterilizzazione che seguono strumenti e atttrezzature. Figuriamoci quindi se poteva darmi fastidio una domanda sul "guanto".
Avreste però dovuto sentire il tono con cui mi è stata posta quella domanda. Dovessi definirlo con qualche aggettivo, sceglierei sprezzante, critico, spavaldo e secco. Forse però sto commettendo un'ingiustizia, dopotutto sono solo aggettivi, parole alle quali ognuno attribuisce un significato diverso a seconda del contesto, e probabilmente il contestatore non aveva davvero quegli intenti.
So però con assoluta certezza la reazione che ha suscitato in me quella domanda.
Sono rimasto per almeno un secondo in uno stato di valutazione incredula, e in quell'istante mi sono visto, di lì a sei mesi, a terapia ormai iniziata, a dovermi scusare/giustificare/difendere per qualunque quisquilia. Finalmente, di fronte all'inquietante dilemma professionale di abbandonare a metà strada il lavoro, oppure assumermi le mie responsabilità e portarlo stoicamente a termine nonostante l'enorme disagio di gestire il pesante conflitto umano con uno dei due genitori, sarei stato ritrovato con i polsi tagliati.
Tornato alla realtà contingente, dopo una scena introspettiva che in un film sarebbe piena di effetti speciali, ho iniziato a cercare un modo politicamente corretto per dire all'intera famiglia "potete tornare a casa, non se ne fa più niente".
Per prima cosa ho spiegato che i guanti di lattice che usa il dentista non servono per l'igiene del paziente, ma hanno lo scopo di proteggere le mani del medico dall'incredibile quantità di fluidi (potenzialmente) infetti che risiedono nel cavo orale di ciascuno di noi; i guanti di lattice sono tutto fuorché sterili, e sono sicuramente più igieniche due mani nude ben deterse.
Senza esitazione ho quindi proseguito spiegando che l'unica preoccupazione di un dentista dovrebbe essere quella di scegliere la cura migliore per il suo paziente, e non dovrebbero esserci fattori estranei a quelli clinici che disturbano il suo operato (per fare qualche esempio: pagamenti mancati, appuntamenti ritardati o saltati, raccomandazioni ignorate... o un genitore che ha qualcosa da ridire su tutto), perché in quel caso la gestione della terapia si complica, arricchendosi di variabili sulle quali il medico non può intervenire, ma che comunque danneggiano la riuscita del lavoro.
Tutto questo è specialmente vero se la terapia non è, ad esempio, una pulizia dei denti che si esaurisce nel giro di un'ora, ma è un'ortodonzia che si protrae per due anni, comporta un sacrificio esistenziale per la ragazza, un sacrificio fisico per me, e uno economico per i genitori. Aggiungiamoci anche le litigate fuori programma, ed avremo una ricetta esplosiva.
- Valutando le premesse che mi si presentano ancora prima di cominciare, non percepisco una situazione favorevole, e per questo mi dispiace, soprattutto per vostra figlia, di non poter prendere in consegna la terapia.
In tempi di crisi, voi l'avreste accettato comunque questo caso?
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28 ott 2011, 18:01
28 ott 2011, 18:50
Si è trattato in ogni caso di una incompatibilità caratteriale, e sarebbe stato avventato avviare la terapia con queste basi, contando ottimisticamente in una evoluzione positiva, ma col serio rischio di minare la serenità di tutti a metà strada, quando è ormai troppo tardi per tornare indietro.
29 ott 2011, 12:53
25 nov 2011, 17:29
21 gen 2012, 15:23
Secondo episodio : un giorno si presentò un tizio che ,prima con la mia assistente ,poi con me ,in modo maleducato, voleva avere assolute garanzie che non rischiava di prendersi l'AIDS sottoponendosi ad un eventuale trattamento (manco so quale ).Gli dissi che ,siccome il sangue che sarebbe circolato sarebbe stato il suo e non il mio ,ero io che chiedevo garanzie ,per cui non l'avrei neppure fatto sedere sulla poltrona se non mi avesse portato un test-HIV e che quella era la porta. Perchè quando ci vuole ,ci vuole. Cordiali saluti .
21 gen 2012, 16:13