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Sbiancamento dentale: come funziona e con quali limitazioni

Ultima modifica: 2 ago 2011, 12:40

guglielmo il dentoneI denti bianchi, così come i capelli lucenti e la pelle setosa, sono diventati un parametro di cosmesi su cui è facile insistere a scopi commerciali, anche se non necessariamente rappresentano un indice di buona salute.

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I denti in realtà sono gialli

Lo smalto è un tessuto cristallino molto compatto, con la capacità di essere attraversato dalla luce, e la dentina sottostante è un tessuto minerale meno compatto e del tutto opaco, quindi è naturale e fisiologico che il suo colore giallino scuro sia visibile in traslucenza attraverso lo smalto, facendo risultare i denti di un colore non bianco, ma tendente al giallo (nei canini normalmente questo effetto è più visibile). Il dente "bianco" è normale nei bambini, i cui denti da latte hanno uno smalto più gessoso e delicato, e quindi meno traslucente, ma di solito è indice di problemi della struttura minerale se lo stesso effetto è presente in un adulto. Esistono poi variazioni individuali nella traslucenza e tonalità di base dello smalto e della dentina che giustificano il colore naturalmente più chiaro, o più scuro, dei denti di alcune persone.
Ciò ovviamente non impedisce agli attuali canoni estetici di individuare un sorriso bianco lavandino come elemento di un aspetto "sano", e a questo fine, piuttosto che ricorrere al fai da te, molte persone preferiscono rivolgersi al dentista.

La chimica dei denti bianchi

Il meccanismo chimico/molecolare di azione dello sbiancamento, qualunque sia la tecnica usata, dalle striscette della farmacia alla lampada UV/laser, passando per le mascherine termostampate individuali, è sempre lo stesso; quello che cambia è l'efficienza del procedimento, ovvero la rapidità e semplicità con cui i risultati sono raggiunti.
La chimica alla base dello schiarimento dello smalto sta nel processo di ossidazione, provocato dal perossido di idrogeno (acqua ossigenata), che causa una alterazione microscopica sufficiente a cambiare il comportamento dello smalto nei confronti della luce; attenzione però, l'acqua ossigenata quasi mai è utilizzata come tale, in quanto se da una parte è in grado di ottenere l'effetto voluto sullo smalto, dall'altra, alla concentrazione necessaria perché sia efficace, è in grado di irritare notevolmente le gengive e gli altri tessuti molli orali, al punto da costituire una controindicazione. La forma più frequentemente usata è il perossido di carbammide, nel quale il perossido si trova legato appunto alla carbammide (cioè urea), che fa da veicolo, rendendolo più stabile e meno prono alla disattivazione col tempo.
Lo sbiancamento finale deriva, oltre che dalla capacità dei tessuti a sbiancarsi (denti di diverso colore possono sbiancarsi più o meno facilmente), anche da "quanto" il perossido agisce sullo smalto, e questo dipende non solo dal tempo in cui rimane a contatto col dente, ma anche da quanto rapida è la sua azione, ed è qui che si osservano differenze tra i sistemi casalinghi con striscette o mascherine, e quelli professionali con lampada e laser; la lampada infatti, cedendo energia e calore sotto forma di luce ad alta intensità, accelera grandemente il processo di liberazione di ossigeno nascente, che è il composto che materialmente causa l'ossidazione alla base dello sbiancamento; si può dire che il vantaggio del sistema professionale, più costoso, è quello di eseguire il trattamento in un ambiente controllato, con risultati più rapidi, e con rischi decisamente inferiori di danneggiare i tessuti circostanti (gengiva e mucose), molto sensibili ai composti chimici utilizzati.

I casi difficili di sbiancamento

Se la richiesta dello sbiancamento non è solo un capriccio estetico, ma i denti sono "patologicamente scuri", i risultati potrebbero non essere ottimali; una tonalità di base grigia ad esempio è un punto debole, con un indice di schiarimento inferiore rispetto a quello ottenibile, ad esempio, con una tonalità gialla o marrone; ma la sfida più importante è quella delle colorazioni da farmaci, spesso distribuite non uniformemente ma a chiazze, di colore tra l'altro piuttosto scuro. Nonostante l'efficacia incerta dello sbiancamento in queste situazioni, se l'estetica è incispensabile allora è comunque meglio tentare per prima la strada dello sbiancamento, magari in più sedute distanziate nel tempo, e nel caso di insuccesso ricorrere a metodi sicuramente funzionanti, ma anche più costosi, complessi ed invasivi, come l'applicazione di faccette in ceramica, che richiedono di limare lo smalto, e vanno incollate sulla superficie preparata, con l'eventuale rischio di decementazione, oppure di frattura della ceramica.

Limitazioni dello sbiancamento

Così come dice il proverbio, non è tutto oro ciò che luccica. In primo luogo, lo sbiancamento, come quasi tutti i trattamenti a scopo esclusivamente estetico, è relativamente costoso, per ragioni di solito puramente commerciali: tanto i materiali, che soprattutto le attrezzature dentistiche che accelerano il processo (lampade UV ed ancora più i laser) sono venduti dalle forniture a prezzi che non rispecchiano il reale valore di produzione, ma contengono un importantissimo ricarico economico.
Inoltre è frequente l'aumento di sensibilità dei denti, trascurabile nella maggior parte dei casi, ma in alcune persone prolungato e di intensità importante; se il perossido di idrogeno raggiunge la polpa del dente è in grado di provocare effetti citotossici per gli odontoblasti (in altre parole è irritante per le cellule della polpa), effetti reversibili, cioè guariscono autonomamente col tempo, però fintantoché rimangono, causano sensazioni dolorose che vengono amplificate da caldo e freddo; questo effetto è normale e inevitabile, e se eccessivo è risolvibile nel primo periodo con antidolorifici, però se sono necessarie sedute successive di sbiancamento per migliorare i risultati, allora è preferibile attendere almeno 2-3 settimane tra l'una e l'altra. Secondo una curiosa scoperta di un collega londinese, masticare una gomma senza zucchero aiuterebbe a ridurre la sensibilità al freddo post-sbiancamento; il chewing-gum infatti stimola la produzione di saliva, e il flusso salivare aumentato contiene una quantità di bicarbonato maggiore del normale, facilitando la remineralizzazione e la chiusura dei tubuli dentinali, "tappando gli spifferi" che causano la sensazione di freddo.
Alcuni pazienti temono che lo sbiancamento possa danneggiare lo smalto o indebolire i denti; spesso si tratta di chiacchiere da supermercato che non hanno fonti scientifiche, tuttavia è stato osservato in vitro (cioè su denti estratti e trattati fuori dalla bocca), che il trattamento sbiancante provoca delle alterazioni microscopiche a carico della struttura cristallina dello smalto, in pratica "scioglie" la cosiddetta sostanza interprismatica, cioè crea delle porosità a volte piuttosto profonde, che però è proprio il meccanismo con cui gli strati minerali più scuri vengono raggiunti e rimossi; tra l'altro, queste porosità, osservate come detto su denti estratti, non sono invece state notate in vivo, cioè nella bocca dei pazienti trattati, né è stata misurata una variazione della durezza dello smalto (che invece sarebbe stata ridotta in caso di abrasione superficiale); questa immunità quasi certamente è merito della saliva: i denti estratti sono trattati "a secco", mentre nella bocca del paziente si trovano immersi nella saliva, che contiene cristalli disciolti di idrossiapatite, ed è in grado di remineralizzare la superficie dello smalto per processi di equilibrio chimico; d'altronde è stato già dimostrato che gli strati più superficiali dello smalto sono sede di un costante ricambio chimico grazie proprio alla saliva; concludendo, lo sbiancamento non comporta l'indebolimento dello smalto.
La liberazione di ossigeno nascente durante lo sbiancamento può generare una certa percentuale di radicali liberi, come O2- e OH- (anione superossido e ossidrile); è noto che i radicali liberi sono agenti altamente reattivi in grado di modificare le strutture anatomiche cellulari, e possono teoricamente causare alterazioni tumorali, però non esiste nessuna dimostrazione o evenienza del fatto che lo sbiancamento faciliti l'insorgenza di tumori orali.
Lo sbiancamento infine non è eterno, lo smalto va infatti incontro a scurimento anche con la normale dieta, e con i cibi che sono in grado di provocare pigmentazione, soprattutto se il colore dentale è stato artificialmente schiarito ed è quindi più semplice che tenda a tornare alla tonalità di base; per questo motivo lo sbiancamento dovrebbe essere ripetuto annualmente, salvo casi particolari in cui viene richiesta una frequenza maggiore, in primis quando il paziente fuma e beve caffé/thé o altre bevande coloranti.

Controindicazioni allo sbiancamento

La controindicazione principale allo sbiancamento è la presenza di superfici non naturali come otturazioni/ricostruzioni, oppure la ceramica di faccette o capsule, che non sono sensibili all'azione ossidante del perossido, e rimangono dello stesso colore dopo il trattamento, risultando quindi più scure ed inestetiche; è sempre possibile modificare queste superfici in modo da sostituirle con colori più chiari, rifacendo una otturazione oppure una intera capsula, anche se i costi complessivi del trattamento lieviterebbero; inoltre col passare del tempo, mentre i denti tornano al loro colore originale, fin quando non verrà ripetuto lo sbiancamento, le superfici dentali "rifatte" cominceranno a diventare visibili, in questo caso risultando più chiare dello smalto circostante, con un aspetto altalenante del colore dentale.
L'altra ovvia controindicazione è una ipersensibilità dimostrata in quei pazienti che accusano fortissimi dolori da esposizione al perossido di carbammide.

Sbiancare i denti devitalizzati

I denti devitalizzati vanno incontro a scolorimento per motivi diversi; mentre i denti vitali si scuriscono a partire dall'esterno, i denti morti hanno uno scurimento dall'interno verso l'esterno. Le cause sono quasi sempre cure "vecchie", e quindi otturazioni in amalgama molto estese, o eccesso di guttaperca (il materiale di chiusura dei canali), o ancora residui di materiale organico rimasti nella camera pulpare, legati a sulfuri, e depositati nei canali della dentina; il risultato è sempre lo stesso, cioè un colore scuro, quasi nero, del dente. Il trattamento di scelta in questi casi è quello dello sbiancamento ambulante (dall'inglese walking bleaching), cioè l'applicazione del materiale sbiancante direttamente all'interno del dente, che continua a subire l'effetto ossidante della miscela durante tutto il giorno. I casi in cui questo trattamento è applicabile sono comunque poco frequenti: i denti con vecchie devitalizzazioni, di solito indeboliti, andrebbero più opportunamente protesizzati, cioè incapsulati, rendendo superfluo lo sbiancamento, mentre i denti devitalizzati di recente, per l'affinamento delle tecniche operative, sono normalmente privi dei difetti che facilitano lo scurimento successivo.

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