Se siete unicamente interessati a conoscere il costo di un trattamento ortodontico nel mio studio, visitate l'apposita sezione nella pagina del tariffario.
Quella accanto è la fotografia di un poster affisso sulla vetrina di un laboratorio odontotecnico di Montmartre, Parigi, raffigurante la Gioconda che con uno smagliante sorriso tradisce la presenza di un apparecchio ortodontico fissato sui suoi denti. Cito l'incipit della prima lezione del mio direttore di cattedra di specializzazione: "Ortodonzia significa denti dritti".
La disciplina che sto introducendo in realtà è concettualmente molto più complessa del semplice allineare i denti a staccionata, e si sovrappone in parte con ciò che è già stato trattato nell'ultima parte della sezione "Dolore".
La regolarità della posizione dentale non permette unicamente una resa estetica migliore, tanto nel sorriso quanto nella interlocuzione in generale, ma anche una relazione ottimale tra le arcate dentarie superiore ed inferiore, con una capacità masticatoria corretta, ed una altrettanto corretta funzione articolare.
La prima e più semplice distinzione nel campo degli apparecchi ortodontici è quella tra mobile e fisso, entrambi intesi nel senso più generale del termine: mobile è qualunque apparecchio che il paziente può autonomamente rimuovere dalla bocca (normalmente prima dei pasti) e reinserire (dopo aver lavato i denti), fissa si dice invece una apparecchiatura che è generalmente fissata ai denti tramite un particolare cemento, e viene mantenuta in posizione fintantoché l'azione dell'apparecchio stesso non si considera ultimata.
In entrambi i casi cadono nelle calssificazioni di mobile e fisso un numero ampio di apparecchi di diverso tipo, concezione, scopo, e meccanismo d'azione, quindi non è possibile generalizzare solo tramite questa classificazione la funzione degli stessi.
Perché, quando, e come è necessario intervenire ortodonticamente? Necessario prima di tutto sfatare un mito, riguardo al quando: generalizzando, non è assolutamente vero che l'apparecchio può esser portato solo in tenera o giovane età; l'unica controindicazione all'apparecchio, nei pazienti adulti, esclusi i casi particolari che esistono sempre e comunque, è quella della scarsa compliance del paziente, ovvero della poca o nessuna disponibilità che presentano solitamente gli adulti nel sottoporsi alla cura, a causa del fatto che l'apparecchio è spesso visibile agli altri. In altre parole, gli apparecchi ortodontici, di qualunque tipo essi siano, sono efficaci anche nei pazienti adulti, basta portarli!
Normalmente un genitore, o il medico di famiglia, o un conoscente, sono i primi che, notando qualcosa di irregolare nei denti del bambino, lo indirizzano da un dentista. A volte è il dentista stesso che, pur non occupandosi di ortondonzia, consiglia una consulenza da parte di un collega ortodontista se ritiene se ne presenti la necessità. Molto meno spesso, è un paziente adulto che, insoddisfatto della sua dentatura, chiede al proprio dentista se è possibile "raddrizzarli".
In ogni caso, al primo esame da parte di un ortodontista, al paziente viene fornita solo una iniziale serie di informazioni riguardanti la sua situazione, e anticipata la eventuale necessità di un trattamento ortodontico; tuttavia solo in pochi casi è possibile formulare una diagnosi precisa, ed un programma terapeutico conseguente, nel giro di una sola visita; in altre parole, capire se e come fare ortodonzia, non è semplice come trovare una carie, o programmare un intervento protesico.
Lo "studio del caso" ortodontico si avvale di esami aggiuntivi, importanti tanto quando la visita vera e propria nella bocca del paziente: le lastre del cranio, i modelli in gesso delle arcate dentarie ottenuti con le impronte della bocca, e le fotografie sia del volto che dei denti, costituiscono quasi sempre la documentazione clinica di base.
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Dalla radiografia panoramica si ricevono informazioni riguardanti la salute della bocca, e la presenza o meno di tutti i denti permanenti, se la permuta dei denti da latte non è ancora completa. La radiografia laterale del cranio è il mezzo attraverso il quale si studia la "morfologia" facciale, e si influenzano le scelte terapeutiche, altrimenti incomplete se basate solo sull'analasi puramente dentale. I modelli in gesso danno al dentista il vantaggio di avere sempre a disposizione una riproduzione della bocca, sulla quale effettuare osservazioni e misurazioni che sarebbero complicate da fare direttamente sul paziente. Le fotografie, infine, oltre a essere un riferimento clinico, risultano utili anche per monitorare, col passare del tempo, il progresso della terapia, in maniera che si possano confrontare in ogni momento i risultati di ogni fase.
Veniamo al dunque, ovvero all'apparecchio vero e proprio. Spesso considerato magico dispositivo in grado da solo di risolvere qualunque situazione, è invece solo uno strumento attraverso il quale l'ortodontista provoca il movimento dentale; le numerosissime malocclusioni esistenti richiedono un elevato numero di apparecchi diversi, ed elencarli è inutile in questo contesto. E' sufficiente sapere che l'ortodonzia, in base al tipo di apparecchiatura applicata, è distinta in fissa e mobile; gli usi dell'apparecchio fisso e di quello mobile sono diversi, così come sono diversi i vantaggi e svantaggi di ognuno,ed è raro poterli utilizzare in modo intercambiabile.
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Le apparecchiature mobili (la figura è solo un ingombrante esempio, si tratta di un "Frankel II") vengono confezionate in una miriade di diverse forme e grandezze, e agiscono sia in modo funzionale (interferendo con l'attività di apertura e chiusura, solitamente per ottenere effetti sulla crescita ossea e l'attività muscolare), che ortodontico (cioè spostando i denti, senza agire sull'osso o sui muscoli). Le funzioni ortodontiche sono in realtà limitate, per la poca "precisione" delle forze esercitate da una apparecchiatura simile, e naturalmente perché il bambino lo può togliere in qualunque momento dalla bocca, rischiando di non farlo funzionare. Altra, utilissima, funzione delle apparecchiature mobili è quella di "contenzione", cioè di dispositivo che mantiene lo "status quo" successivamente ad una terapia ortodontica. I denti infatti tendono a tornare alla posizione di partenza, ovvero a "recidivare" la malocclusione, e qualcosa che li tiene fermi aiuta a mantenere i risultati raggiunti per un tempo più lungo.
L' "apparecchio fisso" è senz'altro il tipo di apparecchio più utilizzato. Di questo esistono diverse forme, anche se quasi sempre ci si riferisce all'apparecchio "edgewise", dal nome della prima sistematica "storica" ideata dal dr. Angle: si tratta delle "piastrine" o "placchette", come vengono popolarmente chiamate, e che nel gergo professionale sono chiamate "brackets". Sono dei piccoli attacchi che vengono incollati su ciascun dente, con uno "slot" (cioè fessura, o incavo) nel quale trova alloggiamento un arco metallico, che passa sequenzialmente in tutti gli attacchi, e segue la forma dell'arcata dentaria, e grazie alle sue proprietà elastiche, esercita una forza sui brackets (e quindi sui denti) per farli allineare secondo il suo andamento. Si potrebbe paragonare l'arco metallico ad una "rotaia flessibile", e i brackets a delle traversine. Se le traversine non sono allineate tra di loro, e la rotaia flessibile viene forzata sulla traversine, assumendo un andamento con tante "pieghe", tenderebbe a tornare alla sua originaria forma "diritta", e quindi eserciterebbe una forza sulle traversine che tente ad allinearle. Questo è il principio di base grazie al quale agisce un apparecchio fisso. Per completezza, con il termine "apparecchio fisso" si indica qualunque tipo di apparecchio ortodontico che viene cementato sui denti, e quindi rimane in bocca 24 ore su 24; quindi ci sono gli "archi linguali", gli "archi palatali", gli "epansori rapidi", e non solo, ognuno con una funzione particolare.

La diffusione dell'ortodonzia a fasce d'età adulte ha reso necessario trovare alternative più estetiche dell'apparecchio fisso classico con attacchi di metallo (se per un bambino è perfettamente normale avere le piastrine metalliche su ogni dente, per un adulto ci sono esigenze sociali più stringenti). Ed allora, al solo ed esclusivo fine estetico, sono state sviluppate alternative agli apparecchi classici, che se non aggiungono assolutamente nulla alla funzionalità, rendono molto meno appariscente, o del tutto nascosta, la presenza di un'apparecchiatura ortodontica. Si tratta sempre di apparecchi di tipo edgewise, ma hanno brackets in un materiale di colore chiaro o trasparente (ceramica -in foto-, composito, acrilico, zaffiro), e a volte anche archi metallici colorati di bianco, in modo da mimetizzarsi sul dente; oppure attacchi metallici che vengono cementati sulla faccia interna dei denti, e risultano a tutti gli effetti nascosti (nella fotografia composta vengono usati per chiudere un diastema centrale tra gli incisivi superiori).
Nel mio studio è possibile eseguire i trattamenti ortodontici cosiddetti invisibili, cioè con mascherine trasparenti di allineamento, che consentono di spostare i denti senza l'utilizzo dei normali attacchi metallici o in ceramica né di archi metallici; il sistema ormai è sufficientemente conosciuto, tuttavia ne spiegherò brevemente i principi di funzionamento.
In primo luogo le mascherine invisibili non possono sostituire completamente l'apparecchio fisso classico, con attacchi e archi metallici, infatti nei casi più complessi è necessario avere un pieno controllo dei movimenti dei singoli denti, che una metodologia invisibile, per limitazioni tecniche, non è in grado di fornire; per questo si può optare per apparecchi fissi con attacchi in ceramica trasparente, sicuramente meno visibili dei corrispettivi metallici.
Il primo passaggio della terapia è la presa delle impronte (con materiale di precisione indeformabile) e l'invio delle stesse al laboratorio che produce le mascherine; assieme alle impronte viene inviato un programma di cura nel quale il medico specifica gli spostamenti dentali che vuole eseguire; quindi sui modelli della bocca ricavati dalle impronte il laboratorio simula gli spostamenti, e in base alla forma risultante dell'arcata vengono fabbricate le mascherine, in materiale plastico atossico e trasparente, che "contengono" la nuova posizione dei denti: queste mascherine, una volta posizionate nella bocca del paziente, si deformeranno per adattarsi alla posizione attuale dei denti, ma forzeranno sugli stessi nella direzione dello spostamento voluto, costringendo quindi i denti a muoversi; la successione delle mascherine prevede che ognuna "contenga" una posizione dentale progressivamente più corretta. Normalmente le mascherine vengono cambiate ogni 2 settimane, di solito il tempo necessario ai denti per assumere la nuova posizione, e vanno indossate praticamente sempre, togliendole solo per mangiare (o eventualmente in "occasioni speciali"); se non vengono portate per almeno 20 ore al giorno l'efficacia sarà ridotta (ed i tempi di spostamento si allungheranno), fino a scomparire del tutto se, ad esempio, vengono portate solo la notte.
La sistematica che utilizzo nel mio studio è quella Clearstep; rispetto alla più conosciuta Invisalign ha due svantaggi per il paziente, cioè il marchio meno conosciuto, e la necessità di ripetere le impronte ogni 4 mesi (cioè ogni 8 mascherine); il vantaggio tangibile invece, sia per il paziente che per il medico, è quello dei costi ridotti, soprattutto per problemi lievi e trattamenti brevi, e, dal punto di vista del medico curante, la maggiore comodità data proprio dal fatto che ripetendo le impronte ogni 4 mesi è possibile "aggiornare" periodicamente la situazione, essendo sicuri che le mascherine saranno sempre la copia più esatta possibile della dentatura del paziente. Per il resto, l'efficacia di Clearstep e Invisalign è praticamente la stessa, un caso che si può risolveree con Invisalign è altrettanto risolvibile con Clearstep, e viceversa, anche se cambia "il dietro le quinte", cioè il procedimento per fabbricare le mascherine.
L'estetica ovviamente ha un costo, ed il trattamento con mascherine trasparenti prevede una spesa maggiore per il paziente che spesso è possibile valutare tra il 30% ed il 50% in più rispetto a quella di un apparecchio fisso classico (almeno nel mio studio, visto che questa proporzione varia negli altri studi), ma a volte la differenza è anche maggiore, soprattutto per trattamenti molto semplici e brevi: è proprio in questi casi che la differenza di costi si fa sentire di più, tanto tra apparecchio fisso e invisibile, quanto tra i diversi tipi di apparecchi invisibili (con Insivalign che risulta essere decisamente più costoso di Clearstep nei trattamenti di breve durata).
Un dente, sottoposto ad una forza, risponde sempre nel medesimo modo, indipendentemente dall'origine della forza: si adatta, cioè si muove nella direzione della forza. Questo grazie alla plasticità del tessuto osseo: il dente infatti di per sé è inerte, mentre il vero protagonista dello spostamento è il "parodonto", cioè l'insieme del cemento che riveste la radice del dente, del legamento che mantiene il dente dentro il suo alveolo osseo, e dell'osso vero e proprio che circonda la radice (o le radici), e nel quale si ancora il legamento a partenza dal cemento. Molto approssimativamente, nella figura accanto, il parodonto è quello che è stato evidenziato a colori: il versante rosso è quello contro il quale il dente viene spinto da una ipotetica forza dislocante, quello verde è il versante dal quale il dente si allontana a causa della forza. Ebbene, senza addentrarsi nei meccanismi biologici del rimodellamento osseo, ciò che accade è che il versante rosso si riassorbe, e sul versante verde viene deposto nuovo osso; come conseguenza, il dente "trasloca" in una nuova posizione.
Si è detto che l'effetto appena descritto non fa distinzione nell'origine della forza; quindi qualunque forza, se prolungata nel tempo, può attivare i meccanismi biologici che portano allo spostamento dentale. Non solo portare l'apparecchio, ma anche succhiare un ciuccio, un dito o una penna, tenere la lingua in una posizione "sbagliata" quando si deglutisce, o mordere sempre il labbro inferiore tra gli incisivi (e tante altre cose) spostano i denti, o piuttosto li fanno "storcere".
Di solito si riferisce allo spazio tra gli incisivi centrali superiori, ma in realtà il termine diastema sta ad indicare in modo generico uno spazio "allargato" tra due denti vicini, che quindi non hanno un punto di contatto; può trovarsi isolato, appunto tra gli incisivi centrali, ed in questo caso a volte è causato da un frenulo ipertrofico, che in fase di eruzione ha impedito ai denti di avvicinarsi; oppure può anche essere diffuso in entrambe le arcate e coinvolgere tutti o quasi tutti i denti, ed in questo caso spesso è indice di una "discrepanza dento-basale" con deficit dentale, cioè una mancata corrispondenza tra lo spazio nell'arcata ossea, e la dimensione dei denti, che sono troppo piccoli per "riempire tutto lo spazio".
Come si risolve un diastema? In primo luogo, non sempre è necssario risolverlo, se è isolato agli incisivi e non comporta problematiche estetiche; altrimenti, esistono soluzioni tanto ortodontiche, che io naturalmente preferisco, oppure conservative, cioè allargando artificialmente i denti con una ricostruzione in composito fino a farli toccare.
La soluzione ortodontica è invece quella di spostare i denti "tirandoli" l'uno vicino all'altro per chiudere lo spazio, usando un qualunque tipo di apparecchio in grado di fare questo lavoro, che sia fisso o mobile. Quasi mai un diastema si risolve spontaneamente, a volte può capitare che peggiori se associato a condizioni particolari, specialmente parodontopatie.
Agenesia etimologicamente significa "mancata nascita"; non va confusa con la "ritenzione" o "inclusione", che si verificano quando un dente si è formato, ma non è erotto per problemi vari. Nel caso dell'agenesia il dente non si è affatto formato, per un difetto nel periodo di crescita dei germi dentari; naturalmente esistono predisposizioni genetiche, tanto quanto fattori del tutto causali. L'agenesia più frequente, ed esteticamente peggiore, è quella dell'incisivo laterale superiore. Spesso, se non risolta in tempo, provoca l'eruzione del canino al posto dell'incisivo laterale (siccome c' è uno spazio vuoto, è molto più semplice per il canino uscire in quest'area già libera, piuttosto che consumare il canino da latte, che quindi di solito rimane ancora a lungo), ed il classico sorriso "alla dracula" in quei casi in cui questo succede da entrambi i lati. L'ortodonzia può intervenire in più di un modo nella risoluzione dell'agenesia dell'incisivo laterale (ed in generale di qualunque dente); il metodo secondo me migliore da ogni punto di vista, è quello di ricreare lo spazio per il dente che manca (cioè, nel nostro caso togliere l'eventuale canino da latte ancora presente, spostare posteriormente il canino permanente nella sua collocazione normale, e ricreare lo spazio vuoto dell'incisivo), in modo da potervi applicare un impianto in titanio, che regge una capsula. L'altro approccio, più "sbrigativo", consiste nel chiudere eventuali spazi residui trattandoli come se fossero diastemi, ed a tutti gli effetti "arrendersi" alla mancanza del dente risistemando l'arcata in funzione dei denti presenti; nel caso dell'agenesia dell'incisivo laterale, significa affiancare il canino all'incisivo centrale, e modellarlo per farlo somigliare al dente mancante, cioè limando la cuspide (la punta del canino) e allargandone il margine con delle ricostruzioni adesive in composito, a volte modificando anche il primo premolare per farlo somigliare al canino che è stato spostato; l'effetto è quello di "sprecare" un dente nato e strutturato per svolgere fondamentali funzioni occlusali, cioè il canino, per sostituire un altro dente che fa un lavoro molto ridotto (l'incisivo laterale), e tentare di svolgere la funzione del canino con un premolare non adeguato a questo compito (se e quando l'intervento di modellazione sul premolare viene eseguito).
In un certo senso, l'affollamento rappresenta l'opposto dei diastemi, è indice di una carenza di spazio, mentre il diastema indica un eccesso di spazio. E' il responsabile principale della percezione dei "denti storti", ed è il campanello d'allarme che nella maggior parte dei casi spinge un genitore a far visitare il bambino da un ortodontista (il quale solitamente rileva, associati all'affollamento, altri problemi più importanti, ma meno "evidenti" all'occhio dei non addetti ai lavori). Come si risolve un affollamento? Le tecniche sono varie, ma tutte hanno lo stesso fine: creare sufficiente spazio per allineare tutti i denti in arcata; la differenza nelle tecniche sta nel modo in cui questo spazio viene ricercato, e una strategia che io evito a tutti i costi, per mia scelta professionale, è quella di estrarre i denti sani per lasciare il loro spazio agli altri, anche se è una tecnica utilizzata da molti altri colleghi. Gli strumenti che rimangono, oltre all'estrazione, per creare spazio in arcata, sono l'espansione dell'arcata (una arcata più larga ha anche un perimetro maggiore, ed è in grado di accogliere meglio gli stessi denti), e lo "stripping", cioè la riduzione della larghezza dei denti tramite una piccola abrasione, ad esempio con una striscetta metallica diamatata; se l'espansione non è sufficiente di per sé, è necessario anche lo stripping, che pur consistendo nella "limatura" dello smalto per "stringere" il dente, non causa danni, perché rimanendo entro uno spessore "sicuro", e guadagnando un piccolo spazio per ogni dente ridotto, aiuta in buona misura l'allineamento.
In ortodonzia esistono delle classificazioni generiche, che hanno perso molto del loro valore col tempo, ma che sono ancora utili per indicare alcuni aspetti di una malocclusione. Mi riferisco alle "classi di Angle", la prima, la seconda e la terza. La prima, di per sé, rappresenta la normalità, e non verrà trattata tra i "problemi comuni". La seconda è invece l'argomento di questo paragrafo; e la seconda classe è la situazione del "sorriso a castoro", e del "mento corto", per utilizzare accezioni popolari, quando, per riferirsi ad una definizione più precis, la mandibola (l'osso che contiene i denti inferiori) è spostata indietro rispetto alla posizione della mascella (l'osso che contiene i denti superiori). Le cause di una situazione simile sono, come in quasi ogni patologia, molteplici, e possono sovrapporsi; una volta che il problema si è manifestato (in tenera età), si può intervenire tanto più semplicemente quanto più precoce è l'intercettazione. Il caso ideale è intervenire quando si può ancora agire sulla crescita ossea, questo per stimolare l'allungamento dell'osso della mandibola in modo che "pareggi" la lunghezza della mascella, ed in questo caso un intervento entro i 10 anni aiuta molto. Se ciò non è più possibile per un ritardo nell'intervento, si può ricorrere ad altre soluzioni, che non tratterò per semplicità in questa sede.
La terza classe è la situazione opposta alla seconda classe, o, per utilizzare i termini più popolari e di immediata comprensione per i non addetti ai lavori, "mento sporgente", "scucchia", "bazza"; è un avanzamento eccessivo della mandibola in confronto alla posizione della mascella. Ha delle origini più precise della seconda classe, infatti la sua componente è in buona parte genetica; se da una parte le cause sono più note, dall'altra invece la terapia è meno efficace e semplice, proprio a causa dell'origine genetica. I tentativi di bloccare la crescita della mandibola, e/o quelli di forzare un avanzamento della mascella come bilanciamento, non sempre funzionano a lungo termine; sono infatti frequenti le recidive, quando la crescita della mandibola, successivamente al trattamento, fa perdere tutti i risultati. Un trattamento il più precoce possibile è la soluzione che ha maggiori probabilità di funzionare, ed indipendentemente dai tipi di apparecchio che possono essere usati, il principio è sempre lo stesso, cioè quello di esercitare una azione funzionale ed ortopedica che stimola un rapporto osseo e dentale di tipo corretto, sperando che la correzione, una volta ottenuta, non venga completamente annullata dalla successiva crescita ossea (geneticamente prestabilita).
Un intervento più drastico, e sicuramente risolutivo in termini estetici, ma non sempre funzionali, riservato normalmente ai casi più pronunciati, è la chirurgia maxillo-facciale, e consiste nell'accorciare il corpo della mandibola (tagliandone via una fetta), e/o spostare in avanti la mascella, tutta o in parte, a crescita ossea ultimata (cioè in età adulta), in modo che la posizione dei denti, del mento, delle labbra, ed in generale della parte inferiore della faccia, risulti la più corretta possibile.
Quando l'arcata dentale superiore è più stretta di quella inferiore, e cioè quando (in termini tecnici) le cuspidi vestibolari dei denti superiori si inseriscono nelle fosse degli inferiori, si determina il morso incrociato, cioè si inverte la relazione di "incastro" che esiste tra i denti superiori ed inferiori. Nei casi estremi, c'è un morso a forbice quando il contatto tra i denti, in una o più zone, è quasi assente, perché il dente superiore è completamente fuori dall'asse di quello inferiore.
A causare un morso incrociato è praticamente sempre un'arcata superiore stretta, e la soluzione è praticamente sempre quella di espandere l'arcata stretta, con l'ausilio di apparecchiature di diverso tipo, che hanno tutte in comune la capacità di esercitare una forza che spinge i denti esternamente.
"Ma perché un apparecchio costa così tanto?" Ammettete di esservelo chiesto, se avete avuto a che fare direttamente, ma soprattutto indirettamente (leggi: figli), con un trattamento ortodontico. La risposta, vera nella quasi totalità dei casi (ma le eccezioni esistono sempre), è "Costa il giusto prezzo".
Ciò che viene chiesto come compenso da un ortodontista non è "il costo dell'apparecchio", è il "costo del trattamento"; di quest'ultimo, il costo reale dell'apparecchio è solo una parte. Un trattamento ortodontico comprende un numero di oneri per il medico che lo esegue, ben più complesso della semplice spesa per i componenti dell'apparecchio, e che consistono nella diagnosi e nella programmazione della terapia (una fase tutt'altro che banale: il successo della terapia dipende quasi totalmente dalla correttezza con la quale diagnosi e programmazione terapeutica sono eseguite); quindi richiede uno "studio progettuale" vero e proprio, che è ben lungi dall'essere esaurito quando l'apparecchio viene inserito in bocca; la terapia ortodontica è un continuo aggiornamento progettuale e strategico, e ad ogni visita si effettuano valutazioni aggiornate in base alle quali continuare la terapia. Le visite costanti sono un altro aspetto: il medico segue il paziente in maniera continua, e anche se la cadenza standard dei controlli e delle modifiche applicate all'apparecchio è normalmente mensile, si deve sempre essere a disposizione per urgenze tutt'altro che infrequenti come la rottura (o la perdita "accidentale") di un apparecchio mobile, o il distacco di uno o più brackets (e ogni ortodontista potrebbe raccontare molti altri episodi di urgenze diversi da quelli citati).